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Cinque giorni nel Sahara Libico
Written by: Fiamma

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Dal mio viaggio nel 2001 mi era rimasta una gran voglia di tornare in Libia e di fare un giro nel deserto libico...

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Clicca per ingrandire Dal mio viaggio nel 2001 mi era rimasta una gran voglia di tornare in Libia e di fare un giro nel deserto libico. Ho colto al volo un'occasione che mi si è presentata, di due amici che ci andavano e mi sono aggregata. Ci ho passato cinque giorni, che qui sotto vi racconto, però la mia voglia non si affatto estinta: anzi, ho tutte le intenzioni di tornarci e di starci più a lungo. Ecco il mio racconto e alcune indicazioni per chi fosse tentato.

Nota del Webmaster: Fiamma, innamorata del deserto mi ha dato 59 immagini da pubblicare, un numero impossibile, io ho fatto quello che potevo, lei, comunque, se la contattate, è pronta con altri suggerimenti e immagini da mostrarvi!

Sahara Libico. Ore 9.00 a.m.
Campo Dar Auis nel parco naturale dell'Acacus.

Clicca per ingrandire Venticinque casette di legno, stuoie e stoffa disposte in un'ampia curva attorno a ... niente, cioè a una spianata di sabbia gialla. Alle spalle e intorno fantasmagoriche formazioni di roccia nera.
Cammino verso la mia casetta ed ho a sinistra a mezz'altezza il globo splendente del sole; a destra, alla stessa altezza e apparentemente delle stesse dimensioni, il globo argenteo della luna piena.
E allora mi vengono in mente tutte le antiche credenze su questi due magnifici sposi, Iside e Osiride, Elios e Selene, Sol e Luna, sposi che si incontrano in genere quando noi non li vediamo e per breve tempo, tra il tramonto del sole e il sorgere della luna, e che invece adesso eccezionalmente si guardano in faccia, illuminandosi lei dello splendore di lui.
La temperatura, dai due gradi di un'ora fa, si è già un po' alzata, verso le dieci ci saranno 25-26 gradi; ma l'aria è così asciutta che non si soffre un granché né il freddo né il caldo. Quando mi spazzolo i capelli crepitano, si elettrizzano e vanno dappertutto, per riuscire a ravviarli sono costretta a bagnare la spazzola....
Il nostro autista, Salem, ci aspetta insieme agli altri all'ingresso del campo, accanto al massiccio fuoristrada con le ineluttabili bottiglie d'acqua, una a persona. Alcuni autisti ingannano l'attesa pregando, con le rituali genuflessioni, verso la Mecca. Sono tutti tuareg, discendenti dell'antico mitico popolo dei Garamanti, il popolo dell'interno che costituiva una perenne minaccia per le opime colonie costiere. Le auto sono quasi tutte possenti Toyota, 5000 di cilindrata a benzina (tanto lì la benzina non costa niente).

Le auto degli occupanti del Campo, una decina, partono più o meno tutte insieme, prendendo la pista che ci porterà nell'esplorazione dell'Acacus e a vedere le incisioni e le pitture sulla roccia.

Il concetto di pista è molto più ampio di quello che saremmo portai a pensare. Infatti appena partiti le auto si sparpagliano a ventaglio e ogni conducente va per conto suo facendo ampie deviazioni, tanto che dopo pochi minuti le altre macchine non si vedono più, e all'inizio, il primo giorno, uno resta col dubbio che il suo autista abbia sbagliato strada. Poi magari si intravvede per qualche momento un'altra auto o due in lontananza, che sembrano o molto più avanti o molto più indietro della propria, e poi spariscono di nuovo: quello che è certo è che davvero non si ha la sensazione di essere in carovana. A volte il conducente parte accelerando come un matto e fa pensare che abbia deciso di fare una gara con un altro che si intravvede all'orizzonte, poi magari si ferma, guardandosi indietro, finché non compare un'altra auto, e quindi riparte di carriera.

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Dopo un po' abbiamo saputo che esiste un Capo-carovana, nel nostro caso il bellissimo Ahmed, con neri occhi vellutati, lunghe ciglia e un delicato viso bruno scandito da un elegante piccolo naso imperioso, e abbiamo capito che ogni auto ha un posto preciso nell'ordine della carovana, e chi non lo rispetta scatena l'ira del bell'Ahmed, che lo investe con un flusso di quelli che sembrano coloriti insulti da cammelliere. Crediamo anche di aver capito che ogni conducente è in qualche modo responsabile di un altra auto e deve accertarsi che quella non abbia problemi. Circa ogni tre quarti d'ora le macchine, apparendo misteriosamente da tutte le direzioni, si ritrovano tutte insieme per una sosta, in cui i motori si raffreddano, noi beviamo acqua (con i sobbalzi in corsa è difficile), facciamo foto e gli autisti fumano o ... pregano. Se per caso ci si è fermati in prossimità di qualche grande duna alcuni degli autisti più giovani fanno a gara a chi, con la macchina arriva più in alto prima di ridiscendere, e per un po' il Capo-carovana chiude un occhio.
Clicca per ingrandire L'Acacus, parco nazionale della Libia, è costituito da un massiccio altopiano di arenaria, attraversato da fiumi fossili risalenti alla preistoria che hanno scavato profondi e spettacolari canyon, il paesaggio è fantastico: grandi blocchi di arenaria, scurita in superficie da ossidazioni di manganese, provocate, pare, dall'azione millenaria di certi microrganismi, lavorati dal vento e dalla sabbia in forme strane, che suggeriscono a volte figure di animali, o strani profili umani, o gruppi di persone in concistoro, c'è da sbizzarrirsi nelle interpretazioni. A volte il vento ha eroso la parte sottostante a grosse rocce, creando una sorta di alberi o di funghi, il cui fusto si va nei secoli assottigliando. Queste formazioni rocciose emergono talvolta da una pianura sassosa, talvolta, ed è il caso più bello, da dune di sabbia ocra finissima, che nella parte alte, verso la base dei roccioni diventa decisamente rosata.

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Ad un tratto, percorrendo una distesa desertica, compaiono piccole sfere gialline che rotolano sulla sabbia: sono... zucche (il nome scientifico è citrullus colocinthis, non avevo mai saputo che l'epiteto toscano “citrullo” volesse dopo tutto dire “zucchino”), zucchette secche che si lasciano trasportare dal vento a spargere semi in giro per il deserto, poco dopo ne troveremo piante ancora verdi con foglie, frutti maturi ed anche fiori.
Infatti il deserto libico è qua e là percorso longitudinalmente dagli uadi, che sono una sorta di torrenti, dei corsi d'acqua che si formano nella stagione delle piogge per poi asciugarsi completamente. Lungo il loro percorso nasce e cresce una coraggiosa, rara vegetazione, che poi si secca nella stagione calda. Di alcune piante perenni si secca solo la parte aerea, e poi le radici rigermogliano appena il terreno è di nuovo umido. Altre, come le zucchette, muoiono e poi rinascono dai semi, altre ancora, come le bellissime asclepiadacee dai fiori viola e dai grandi frutti(colotropis procera) che vedete nella foto, sopravvivono per decine d'anni rimanendo verdi anche nella stagione secca.

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Il clima nel deserto non è stato sempre così inclemente, e in tempi antichi, ma addirittura anche al tempo dei romani, lungo gli uadi c'era vita, abitazioni e perfino coltivazioni: città romane di frontiera, come Ghirza (di cui trovate delle foto nel mio primo pezzo sulla Libia), ora sono nel deserto, ma allora erano abitate e vissute. Ed è per questo che sulle pareti rocciose che delimitano gli uadi si trovano in abbondanza incisioni e pitture, a testimonianza di vita umana antica e antichissima.

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Non è questo il luogo di fare una lezione di paleontologia, a proposito di questi graffiti e pitture trovate tutto su un bel sito dell'Università di Roma “La Sapienza”, che si chiama, appunto www.acacus.it.
Quello che voglio dirvi, però, è che si tratta di manufatti di epoche che vanno dai 12.000 ai 2.000 anni fa, con stili distinti per le varie epoche, che sono delicati e richiedono che ci si comporti con grande rispetto e circospezione.
Vanno dai più antichi, quelli dell'epoca cosiddetta della “Grande fauna selvaggia” a quelli più recenti, con scene di vita quotidiana pastorale, con diverse fasi intermedie. In genere sono piuttosto difficili da fotografare, soprattutto le incisioni, perché la luce è fortissima e i rilievi sono modesti, le pitture vengono meglio, ma alcune sono proprio quasi evanescenti, e danno la sensazione che non si vedranno ancora per molto tempo. Le rocce sono piene anche di scritte incise nella scrittura tuareg, che possono essere di ieri come di due-trecento anni fa.

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Anche il secondo giorno lo abbiamo passato nell'Acacus: una lunga traversata tra maestosi paesaggi e imponenti sculture naturali, fra cui il grande arco che vedete qui sotto e quella stranissima combinazione di archi e colonne che, a chi abbia visto il Parco Guell a Barcellona, ricorda immediatamente Gaudì. La cosa più curiosa è che Il mio amico Roberto ed io avevamo a lungo parlato di Gaudì pochi minuti prima di arrivarci!

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Picnic a mezzogiorno in una zona, sempre la valle di un uadi, segnata da costoni di roccia maestosi, con molte incisioni, tra cui il bell'elefante qui sotto, di cui l'antico artista ha colto con acutezza le proporzioni e il movimento. Accanto, ma stupidamente non l'ho fotografato, ce n'era inciso un altro che era un evidente dimostrazione che non tutti gli antichi incisori erano altrettanto abili nel rappresentare un elefante....

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Written by:
Fiamma

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